22 aprile 2016 - Associazione Culturale per l'Affresco

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22 aprile 2016

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Incontro con i Frescanti
Tezze di Vazzola (TV), 22 aprile 2016
Conoscere la calce, visita alla fornace Morandi Bortot
La nobile arte dell’affresco implica la conoscenza approfondita del materiale necessario, oltre che il suo corretto uso.  
Tutti i passaggi sono importanti soprattutto pensando alla funzione della sua durata. Il lavorare su un supporto quale è il muro, richiede una sua attenta analisi, poiché la base deve essere adeguata. Ma il “foglio” sul quale si lavora, il supporto ultimo, l’area che accoglierà la pennellata del frescante, dovrà essere all’altezza della fama che accompagna le più antiche pitture murarie.
Infatti, pur avendo superato anche le migliaia di anni, l’affresco si presenta freschissimo ancor oggi ai nostri occhi.
La ricerca di tale materiale è molto spesso complessa. Avviene infatti che le moderne costruzioni necessitino di molto materiale, veloce per accaparraggio, che soddisfi l’aspetto moderno e sperimentale delle nuove esigenze edilizie. Da qui le recenti malte premiscelate cementizie, ma assolutamente inadeguati come base per l’affresco.
L’’affresco è lento. Esige cura prima della sua stesura e anche poi, poiché deve essere accompagnato nella sua maturazione.
Appoggiare il pennello intriso di acqua e pigmento sul tonachino è la fase più rapida di tutto il processo dell’affresco.
Quale materiale quindi?
La calce viva, il grassello come legante. Qui partiamo da quello che non aspetta al frescante, ma ad una persona a cui deve garanzie.
Il frescante è una persona esigente e cerca dei suoi pari in questa sua filosofia.
Il frescante è una persona che va al di là della veloce produzione. Il suo interesse è la buona riuscita del lavoro.
Il frescante è attento nella scelta dei materiali. In questo è più artigiano che artista.
Per giungere a questo obiettivo dedica molto e attento tempo nella conoscenza dei suoi attrezzi e materiali.
La prima materia è la calce che è già un prodotto di lavorazione.  
La produzione è cosa che non aspetta a lui, ma è suo dovere conoscerne l’origine e il suo processo di trasformazione.
Come già detto, deve trovare un suo pari in filosofia di vedute, e in una società di rapida produzione e di spietata concorrenza, un
produttore così non è facile trovarlo.
Ma i prodotti di nicchia esistono e diventano tali per una sorta di passione, che a volte trova garanzia nell’attaccamento alla sua origine e
alla sua tradizione familiare.
In un territorio grande quanto tre regioni (Trentino, Veneto, Friuli), una rara realtà è la Morandi Bortot di Tezze di Vazzola (TV).
L’affresco esige poco materiale, molto poco, ma quest’azienda non disdegna di accogliere un gruppo di una trentina di amanti dell’affresco.
Accompagnati dal fondatore della Scuola Internazionale dell’Affresco Vico Calabrò e dal suo presidente Tiziano Sartor, siamo accolti da Vania Bortot, giovane e appassionata erede dell’azienda nata nel primo ventennio del ‘900 vicino al fiume Piave.
Come ben ci spiega, l’azienda nasce dove trova la materia prima necessaria: sassi, legno, acqua. Ancora mi incanta come elementi naturali comunissimi che sono a disposizione di tutti e in ogni luogo della terra, riescano a diventare, grazie all’ingegno umano, grandi cose con peculiarità uniche.
Dopo una veloce introduzione alla storia dell’azienda, ci conduce nell’itinerario della produzione della calce, materiale che tanto amiamo.
La prima tappa è nel deposito della materia base: la pietra.
Facile a dirsi così, molto meno quando comincia ad elencare le caratteristiche: origine, natura, dimensione.
Infatti l’esperienza e le normative danno chiare indicazioni di come dev’essere questa pietra.
E’ un prodotto di cava, come da esigenze di legge, di cui devono conoscere la provenienza d’estrazione autorizzata; quindi dev’essere di natura calcarea, il più pura possibile per avere il minor scarto.
Ogni carico che arriva in ditta verrà rimestato e vagliato per avere un’uniformità di pezzatura.
Ciò è importante perché in fornace la cottura deve essere garantita in modo omogeneo su ogni pezzo:un sasso troppo piccolo sarebbe stracotto, uno troppo grosso non riuscirebbe a concludere il suo processo di trasformazione.  
Un poco attento controllo recherebbe già da qui danno sul prodotto finale.
Vediamo quindi che già in questo primo step l’attenzione, la professionalità e la serietà dell’operatore.
Da una tramoggia con un nastro trasportatore, la materia cruda viene portata in alto all’imbocco delle due fornaci in modo continuativo e misurato.
Ci approssimiamo alle fornaci.
Sono due ampi cilindri che si concludono in alto all’aperto, oltre il tetto dell’edificio.  
Mi aspetto quindi di avvertire un gran calore, invece viene tutto contenuto all’interno della fornace.
Una stretta finestrella lascia vedere il rosso aranciato acceso del fuoco che avvolge le pietre incandescenti.
Continuamente alimentata da segatura, che viene iniettata attraverso due stretti tubi che si concludono all’interno del corpo arroventato.
Questa fiamma porta la cottura a 950°¬ 980° gradi.
E’ quel che si dice una cottura dolce e lenta che avviene in 4-5 giorni. Tanto è il tempo perché avvenga la trasformazione della materia originaria da pietra in calce.  
In questo lasso di tempo la pietra di cava perde il 40¬-45% del suo peso originario.
La composizione chimica viene completamente modifica. La parte persa è l’anidride carbonica che si libera nell’aria attraverso il camino.
Non si vede nulla uscire, nessun fumo visibile, nessun vapore acqueo, nessuna scoria. Si libera nell’atmosfera quella componente del nostro gas vitale che è l’aria.
E’ comunque un processo virtuoso: la nostra calce più avanti, quando indurirà all’aria, si riapproprierà dell’anidride carbonica che con il fuoco si era liberata dalla materia d’origine. Questo è il famoso processo della carbonatazione.  
Le fornaci non hanno momenti di riposo. Restano accese perennemente per mantenere la temperatura uniforme per la loro funzione. Sono continuamente monitorare e tutti i dati vengono raccolti con regolari registrazioni. Ogni fase è quindi rilevabile e permettere quello
che si può chiamare un prodotto certificato.
Dal fondo della fornace, che sappiamo continuamente rimboccata dall’alto da nuove pietre, viene tolto il prodotto giunto alla fine del suo
tempo di cottura di 5 giorni.  
Un altro nastro trasportatore porta la nostra calce viva in ciottoli, in cumuli di raccolta in un altro capannone.
L’alimentazione del fuoco avviene con la segatura di legno.
Anche questa è una fase importantissima. Essa deve avere una granolumetria precisa per non inceppare la tubatura di immissione in fornace.
La consistenza della polvere di legno è poco più marcata della farina di grano e, per evitare sorprese, viene  prodotta direttamente in azienda, macinando scarti di legno dell’industria mobiliera o da potature agricole.
Finito il procedimento di cottura della calce, i “sassi cotti” vengono portati in una zona dell’azienda dove l’acqua entrerà in gioco.
Caricati in una tramoggia, essi verranno immessi in un cilindro di spegnimento con grandi quantità di acqua. Vi sarà un momento, diremmo esplosivo, nel quale la calce viva si idraterà liberando il calore acquisito in cinque giorni di fuoco.
Una volta che la calce diverrà una sorta di latte, verrà depositata in vasconi seminterrati a cielo aperto e lasciata maturare per un minimo di12 mesi.  
In questo tempo si depositerà lentamente il grassello.  
Nella  fase di stagionatura ci sarà un cambiamento fisico della materia.
Analizzandola al microscopio si vedranno i cristalli esagonali del grassello che si allineeranno in file parallele e ordinate.
Queste micro composizioni daranno al prodotto la caratteristica viscosità, tenacia e gradevole lavorabilità che avvertiamo quando si stende
l’intonaco che fa da base ai dipinti in buon fresco.
Affascinante il viaggio sopra le vasche di maturazione!  
In ognuna era conservato un grassello di età diversa. Sul fondo di una vasca anche uno, preziosissimo, di 60 mesi!  
Ma anche poi quello più giovane e non ancora depositato, quello recentemente decantato con l’acqua ancora torbida e bianca in superficie.
Alcune vasche  dall’acqua turchese, altre più celeste e in superficie un velo vitreo di cristalli trasparenti.
Infine l’ultima fase: lo stoccaggio in sacchi da trenta chilogrammi pronti per la vendita.
Altro momento delicato in cui non ci devono essere contaminazioni che porterebbero a brutte sorprese in fase di utilizzo come le fioriture dell’intonaco causate dallo scoppio di frammenti di calce non ancora spenta.  
Questo è stato un viaggio attraverso l’ orgoglio e la dedizione, la scelta coraggiosa di un’azienda, nata quasi cento anni fa, di perseguire una produzione tradizionale e considerata quasi anacronistica.
Questo il viaggio di conoscenza della materia base dell’affresco.
Questo è ritrovare quello che potrebbe sembrare ormai perduto, ma che invece vive in uomini e donne che ci credono ancora nelle arti, che han creato capolavori di edilizia con leganti elementari come la calce e in capolavori che superano intatti i secoli come sono gli affreschi.
Per capirli sempre più e con maggior rispetto. (vedi Video)
Anna Marmolada



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